Il Guardiano del faro dell’Asinara

Il Guardiano di Punta Scorno

Il guardiano di Punta Scorno Gian Franco Massidda è una figura quasi mitica. Nel 1889 suo nonno Francesco giunse all’Asinara per svolgere l’attività di appaltatore. Se ne innamorò e decise di rimanerci. Molti anni dopo il nipote Gian Franco scelse di condurre una vita da “recluso del faro”. Non avrebbe immaginato che si sarebbe sentito davvero prigioniero solo quando lo avrebbe lasciato.

Quello del fanalista è un mestiere estinto alla fine degli anni 70 del 1900 per l’avvento delle tecniche di automazione. A causa di ciò dovette trasferirsi a Porto Torres, sicuro che si sarebbe ammalato del mal d’Asinara. Una forma di nostalgia che già aveva colpito tutti coloro i quali per un motivo o un’altro la dovettero lasciare. Il “suo faro” invece non ha mai smesso di funzionare.

Ancora oggi da una piccola altura nella parte più settentrionale dell’isola invia segnali luminosi alle imbarcazioni in transito.

La storia

Nacque per decreto del Re di Sardegna, che il 16 febbraio 1854 ne decise la costruzione. Era stato La Marmora in persona a volerlo. Il generale si disse preoccupato per l’inadeguatezza dei segnalamenti sulle coste Sarde. La sua luce si accese per la prima volta nel lontano 1859, due anni prima che venisse fatta l’Italia. Mentre la speranza di una cinquantina di famiglie si spense per sempre solo pochi anni dopo che Garibaldi la unificò.

Quasi tutti gli abitanti dell’isola, che costituivano una piccola comunità di pescatori e agricoltori, vennero mandati via dai soldati del nuovo regno d’Italia nell’anno 1885. In seguito a fare compagnia a quella prima struttura dello Stato Savoiardo, già arcigno con i suoi sudditi, arrivò il primo lazzaretto d’Italia. Contestualmente sorse anche la colonia penale.
Il guardiano di Punta Scorno si trovava relativamente distante dagli edifici collocati nella parte centro meridionale del’Asinara che sorgevano a svariati km dalla sua postazione. La sentinella del mare avvolta nella sua misteriosa aurea romantica, a differenza delle altre costruzioni ornai dismesse, ha continuato fino ai giorni nostri a svolgere la funzione di segnalazione. Il guardiamo di Punta Scorno è come un capitano di vascello. Ma ha dovuto abbandonare la sua nave se pur non stava affondando. Immagino quali ricordi gli saranno rimasti nel cuore. Là dove la solitaria scogliera di settentrione viene contesa dal maestrale, dal ponente e dal levante, lui non c’è più. Quei venti che la sferzano d’inverno e la coccolano d’estate se li sentirà ancora sulla pelle. L’antica struttura che si innalza maestosa e solenne è un’amore indimenticabile. Una creatura solitaria ma desta, nata per accompagnare in porto i guardinghi marinai.

Solo il Guardiano di Punta Scorno sa che non vi è condizione atmosferica che non ponga in risalto ogni particolare della sua bellezza. Persino il fulmine della tempesta ne esalta la maestosa figura. Ma è nelle giornate di calma piatta che sembra rivaleggiare con i dipinti dei più famosi artisti. Il manto di velluto del suo mare sottostante, sollevato dolcemente dalle onde prodotte dalle navi in transito, assomiglia all’inquieta tavolozza nella mano del pittore. La quale attendendo ansiosa le delicate carezze del pennello, ricambia il suo amore regalando alla tela uno scenario mozzafiato. Visioni scintillanti di azzurro, magiche impronte color turchese, sfumature dalla tonalità verde oliva, richiamano l’attenzione dei sensi. Così, immerso nei canti degli uccelli marini trascorre le sue ore diurne il nostro faro di prima classe. Fino a quando il sole stanco, riponendo la corona d’oro sul piano dell’orizzonte, non lo richiama al suo dovere.
Consapevole del compito, ben sapendo che il buio rivendica una parte di mistero ingannando a volte gli occhi degli uomini, il faro stende il suo braccio di luce fino a toccare la prora delle navi. Le quali anche a trenta miglia di distanza potranno avanzare sicure verso il porto che le attende. Solo il Guardiano di Punta Scorno conosce alla perfezione il suo corpo in pietra. Costituisce un’edificio a base quadrangolare da cui si innalza la torre che sorregge la cupola. Invece nell’enorme pancia si trovano due livelli divisi in enormi appartamenti. Nel piano terra una stanza fungeva da ufficio, un’altra ospitava il forno in cui la famiglia cuoceva il pane. La sua fragranza non mancava di espandersi negli altri ambienti circostanti, anch’essi di ragguardevole ampiezza. Vi era poi la lavanderia, il locale adibito a magazzino, una stanza in cui alloggiava la pompa per l’acqua piovana.

Veniva raccolta in una apposita cisterna per poi essere pompata grazie ad una ruota di metallo. Il guardiano di Punta Scorno l’azionava per mezzo di una manovella mossa a forza di braccia. Nel piano superiore si trovavano due appartamenti, il più grande ospitava la famiglia del fanalista. Dalle finestre si poteva ammirare il meraviglioso panorama, erano come gli oblò di una nave, solo che questa non si muoveva affatto. Il pranzo veniva servito su una tavola con vista mare, tanto da soddisfare sia il palato che lo spirito. Ingentilito dalle meravigliose immagini ricambiava innondando l’animo con meravigliose sensazioni. I piaceri della gola, viziata dai sapori unici che offrivano le carni della fauna selvatica terrestre cacciata in loco erano appagati. Ma era ancora più soddisfatta grazie ai pesci, ai molluschi e crostacei, pescati qualche ora prima nel ricchissimo e generoso mare incontaminato.
E quando la famiglia andava a dormire, mentre il guardiano di Punta Scorno vegliava sull’odierno parco dell’Asinara, sarebbe stato difficile augurargli sogni migliori di quelli che già avevano avuto dalla realtà. Per quanto fantastici potessero essere, difficilmente avrebbero potuto eguagliare la bellezza in cui erano immersi. Semmai prima di abbandonarsi completamente al sonno ristoratore, dopo una faticosa ma sana giornata, si potevano permettere ancora qualche attimo speciale. È piacevole ritrovarsi a letto per farsi cullare dal suono del mare, il quale nell’infrangersi sulla scogliera a seconda del vento cambia tonalità portando la pace. Dal piano terra dell’edificio che sosteneva il faro, si saliva mettendo i piedi su una scala fatta di solidi gradini di marmo e ardesia. Vi era stata portata dalla città di Lavagna dai genovesi che lo avevano costruito all’inizio della seconda metà del 1800. Bisognava farne 142 per arrivare in vetta alla cupola.

Il guardiano di Punta Scorno nelle belle giornate poteva vedere la Corsica, quasi sempre le luci dei paesi del golfo, come quelle di Castelsardo, bellissimo borgo medievale tra i più suggestivi della Sardegna e d’Italia. Dal tramonto all’alba ogni quattro ore dava la corda agli ingranaggi ad orologeria che azionavano il sistema ottico del faro. La testa della sentinella dei mari, per ogni fanalista rappresentava una sorta di luogo sacro, ne era il sacerdote officiante. Là si concentravano in un’ideale immaginifico le preghiere dei naviganti, come quelle che sicuramente avrà fatto anche un’eroe dei suoi tempi. Occorreva lucidata con grande scrupolo, specie gli ottoni della struttura che teneva l’apparato ottico. Doveva brillare fino ad abbagliare intensamente, quasi fosse una stella figlia del sole. All’alba veniva protetta da un apposito telone, rimosso solo al tramonto per dare nuovamente corda al marchingegno. Del resto era l’apparato che avrebbe potuto fare la differenza tra la vita e la morte di molti marinai.
Il guardiano di Punta Scorno è la figura quasi romantica dell’uomo che ama il suo mare. Un quasi recluso che incredibilmente si scopre prigioniero della nostalgia quando dovette abbandonarlo.

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